venerdì 21 settembre 2012
La tessala Laodamia saluta il suo tessalo sposo,
mi dicono che non puoi tornare perché trattenuto dal vento. Ma dov’era quel vento, il giorno in cui ci siamo lasciati? Allora sì che avrebbe dovuto spirare e il mare sollevare i suoi flutti impietosi per impedire a te di partire! Avrei potuto darti più baci e forse ti avrei fatto più raccomandazioni. E invece quel vento, così amico dei marinai e così nemico degli amanti, ti portò via da me.
Finché riuscii a vedere il tuo bel viso mi piacque guardare, e quando non vidi più la tua figura a poppa della nave guardai le vele, e quando non vidi più le vele, guardai il mare. Poi all’improvviso mi si piegarono le ginocchia e caddi riversa sulla spiaggia.
Invano cercarono di rianimarmi bagnandomi la fronte con l’acqua fredda del mare. Come tornò la coscienza, così tornò il dolore: ti avevo perso per sempre.
Ora non voglio più pettinarmi, né mi piace più indossare vesti dorate. D’altra parte, mi chiedo, per chi dovrei farmi bella, ora che non ci sei più tu a guardare? E come potrei farmi acconciare i capelli, sapendo che tu hai in testa un elmo di ferro? Passo le giornate vagando per la casa, giro di qua e di là senza meta, vado lì dove mi spinge il delirio.
Che maledetto tu sia, o Paride, che tanti danni hai recato alla povera gente! E che maledetto tu sia, o Melenao, che per riportare a casa una sola donna ne hai fatto piangere mille! Ma più di tutti temo quel tale che si chiama Ettore, lascia che sia Menelao ad affrontarlo: lui ha buone ragioni per farlo. È a lui e non a te che è stata portata via la sua sposa. Che gli altri, insomma, facciano la guerra, e che il mio Protesilao faccia l’amore!
Quando uscisti di casa inciampasti, e per me questo è un cattivo presagio. Te lo ricordo perché tu possa avere riguardo per te stesso. Non essere troppo impetuoso in battaglia. Ma non basta: fa sì che tra le mille navi che sbarcheranno a Troia la tua sia la millesima, e una cosa ti chiedo più di tutte: scendi per ultimo.
Sia quando Febo è alto nel cielo, sia quando si nasconde, io ti penso. Ma soprattutto è la notte che soffro. Per noi donne la notte è dolce se posiamo il capo sul petto dell’uomo amato. Un letto solitario, invece, è sgomento. A volte mi chiedo perché esista la guerra. Dove correte? Perché non tornate ognuno a casa vostra? Può essere che il comportamento di una sola persona possa generare tanto dolore?
Invidio le donne troiane: loro, almeno, possono aiutare i loro uomini a indossare le armature, e quando, la sera, li vedono tornare dalla battaglia, aiutarli a togliersi l’elmo per poi coprirli di baci. Gli uomini troiani, poi, sapendo che le loro donne sono lì sulle mura a guardarli, combatteranno certo con maggiore prudenza. Fa come loro, amor mio, e ricordati che, se davvero mi ami, devi avere cura di te.
Sappi, infine, che ho di te un’immagine in cera. Senza di lei, ormai, non saprei più vivere. Potessi darle la voce, avrei di nuovo qui Protesilao. Io la guardo ogni notte e me la stringo al petto.
E ora chiuderò questa lettera con un ultimo monito:
se hai cura di me, amore mio, abbi cura di te.
Tua Laodamia
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